Mag 06 2008
I mestieri dimenticati
Fino al 1950, data che segna l’abbandono forzato dei Sassi, l’economia materana era prevalentemente agricolo-artigianale. Nei vicinati degli antichi rioni molti artigiani producevano i loro manufatti nelle piccole botteghe o sulla soglia di casa; c’era anche chi offriva la sua opera girando per le strade e annunciandosi con richiami e cantilene, come “‘u cunzapiott” (il ripara-piatti),” ‘u quallarel” (il calderaio). La maggior parte degli uomini si dedicava all’agricoltura e i beni prodotti erano strettamente legati alla necessità di nutrirsi, vestirsi e avere una casa. Le donne tessevano, filavano, curavano la casa e la famiglia, davano una mano nei campi; qualcuna faceva la levatrice o la maga (la masciorr).
‘U cangia strozz (Lo stracciaro)
Era un ambulante che raccoglieva stracci vecchi in cambio di forcine per capelli, lacci da scarpe, giocattoli di poco valore, bottoni. Le pezze vecchie venivano poi trasformate in nuovi filati in laboratori di riciclaggio che avevano sede fuori Matera. Qualcuno barattava con oggetti di bigiotteria anche i capelli che le donne, pettinandosi le lunghe chiome, raccoglievano e conservavano attentamente, infilandoli in una calza o in un sacchetto.
‘U vaccher (Il lattaio ambulante)
Il latte era per alcuni un alimento di lusso; chi poteva e voleva procurarselo o si recava direttamente alla stalla o lo acquistava dall’ambulante - generalmente un pastore - che tutte le mattine passava per le case dei Sassi a vendere il latte appena munto. Poiché non era sterilizzato, causava spesso infezioni se non veniva bollito a lungo.
‘U Panarer ( Il costruttore di panieri e cesti)
Questa attività veniva svolta generalmente dai pastori, in campagna o sulla soglia di casa. La materia prima era costituita dagli steli delle spighe, che venivano raccolti dalle donne dopo la mietitura, privati dell’involucro esterno e lasciati a bagno fino a che potevano essere lavorati, oppure dalle canne o da sottili steli di vimini. La consistenza degli steli variava a seconda dell’uso cui era destinato il cesto, e per la lavorazione veniva adoperato un coltello molto affilato. I cesti, poi, venivano venduti al mercato per poche lire o barattati con altri prodotti.
La masciorr (La Maga)
Era in genere una donna anziana alla quale veniva attribuito il potere di far guarire, ammalare, provocare danni o addirittura la morte. A lei si rivolgevano le persone “affascinate”, cioè vittime del “malocchio” causato dall’invidia, sofferenti per questo di mal di testa o febbre, affinché togliesse loro la “fattura”. La donna recitava preghiere e formule rituali: se durante la recita sbadigliava la persona era “affascinata”, se non sbadigliava, i malesseri dipendevano da altre cause.
‘U Trainyr (Il Carrettiere)
Era il conduttore del traino, un mezzo di trasporto per merci e persone; qualcuno possedeva il mezzo ed era quindi privilegiato rispetto al contadino che doveva affittarlo. Il “trainyr” stabiliva con l’animale, cavallo o mulo, un rapporto molto stretto, preoccupandosi della sua salute come se fosse stato una persona. Un brano del “canto del carrettiere” fa comprendere la durezza di questo lavoro: “Che aria dolce c’è stamattina: mi sono addormentato sul mio traino. Tanto è stato forte il sonno che mi è caduta la frusta di mano” .
‘U Quallarele (Il calderaio)
Batteva il ferro e il rame realizzando oggetti necessari alla vita quotidiana, in particolare pentole di varie dimensioni e destinate a diversi usi: ‘u quallarile” per lessare la pasta, “‘u tiene” per cuocere il sugo, la “sartoscene” per friggere. Il calderaio ricopriva l’interno dei recipienti di rame con uno strato di stagno per evitare che, ossidandosi, rendessero tossici i cibi.